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Daniele Di Gregorio

Razmataz, babies

Le luci in sala si spengono, nessuno fiata più. Poi il sipario si alza, una luce s'accende e brilla sul pianoforte, i sax, le corde dei violini. Un soffio dal palcoscenico e via: I'm feelin', dear, that romance's wind, lo spettacolo ha inizio. È Razmataz, l'ultima creazione di Paolo Conte. E noi siamo pronti a farci trascinare.

Daniele Di Gregorio
Daniele Di Gregorio durante l'intervista con la nostra Ilaria


Un libro (circa 1500 disegni realizzati dallo stesso Conte), un cd, un Dvd e ora anche uno spettacolo, portato in tournee con successo da poche settimane. Un progetto ambizioso e temerario che vede fondersi insieme musica e parole, stili diversi come lo swing più puro e la musica da camera, luci e immagini. Racconti ed emozioni, tutto amalgamato con quello stile potentemente suggestivo che da sempre Paolo Conte ci regala.
Paolo Conte - Razmataz Incontriamo così Daniele Di Gregorio, percussionista, ma non solo. Musicista, compositore e da anni attivo collaboratore di Paolo Conte.

DANIELE DI GREGORIO:
Razmataz è un progetto partito tanti anni fa. È apparso la prima volta in teatro addirittura venti anni fa. E poi pian piano si è realizzato con la passione di tutti, che Paolo ci ha trasmesso in questi anni. C'è stata una collaborazione attiva tra noi musicisti, sui suoi progetti, sui suoi percorsi. È un progetto molto coraggioso, totalmente diverso dalle altre prospettive musicali che Paolo ha sempre proposto. L'organico dell'orchestra è molto più ampio del solito (più di venti elementi, tra cui un quartetto d'archi Ndr.), quasi cameristico, se non fosse per la scelta di strumenti più moderni quali il sax o il basso elettrico. Comunque tutti noi musicisti abbiamo una provenienza accademica, o comunque classica, e abbiamo aggiunto il nostro contributo in questo senso. Ogni composizione è quasi una miniatura. Anche le voci hanno un'importanza fondamentale.

D.: Quanta parte hanno le percussioni in questo discorso?
D.D.G.: In realtà da quando suono con Paolo sono tornato alla batteria, ma suonata con concezione più percussionistica. I miei strumenti sono le tastiere a percussione, quindi la marimba, il vibrafono. I primi anni avevo un set molto interessante, percussionisticamente parlando (congas, steel drum, marimba, vibrafono). Poi per vari motivi, col passare del tempo l'ho ridotto.

D.: Oltre che con Paolo Conte, a cos'altro stai lavorando?
D.D.G.: Ho la direzione artistica di una scuola a indirizzo musicale a Padova, la Daigo School. Poi, sempre con la Daigo, sto realizzando un progetto molto importante per il Giubileo componendo musiche per cori e orchestra. Compongo musica per il teatro, ma la mia vera passione è scrivere musica per i film, per le immagini. Per il movimento, gli sguardi, le emozioni: sì, sotto questo profilo mi emoziono ancora come può emozionarsi un bambino. E il passo successivo è la voglia di comporre qualcosa. Prima al pianoforte, e da lì orchestrarla.
Con la scuola stiamo lavorando a diversi progetti. Poi ho la direzione musicale dell'Orchestra di Percussioni. È un progetto molto bello che porto avanti da diversi anni. Tra l'altro è l'unica orchestra di sole percussioni che abbiamo in Italia. Abbiamo raggiunto qualche anno fa un organico di 35-40 elementi, dove gravitavano un po' tutti i migliori tra percussionisti e batteristi. E poi sto portando avanti una collana di dischi che si chiamerà Forme d'Arte, sempre per orchestra di percussioni più coro (voci miste e coro di bambini) e sezioni d'archi, diciamo un'orchestra completa.
D.: Come si scrive una canzone?
D.D.G.: Mah, non c'è una regola ben precisa. Molti partono dal testo. Molti partono da un'idea melodica. Ma, come ti dicevo prima, io spesso parto da un'immagine, da un ricordo, o una fotografia, un libro che ho letto... poi, naturalmente, subentrano l'esperienza e la tecnica compositiva, e anche l'istinto. E c'è anche un codice. Ogni accordo offre una suggestione, un colore diverso che bisogna conoscere e saper concatenare. È questa l'armonia. E scrivere una canzone commerciale facile, di successo, è comunque difficilissimo.


Daniele Di Gregorio a Percfest

D.: Ti consideri un musicista in senso più ampio, piuttosto che un batterista o un percussionista?
D.D.G.: La batteria è l'ultima cosa. Le tastiere a percussione, le percussioni in genere (intese non come percussioni latino americane, ma come percussioni classiche) sono i miei strumenti. Poi ci sono il pianoforte, il violoncello, il flauto, la batteria viene per ultima. Direi che ora come ora lo strumento principale è il pianoforte. Le percussioni sono la mia passione, ma come autore. Io scrivo per loro, le dirigo. Quello che m'interessa ora è la musica, piuttosto che gli stili o le tecniche. La materia che insegno è l'improvvisazione e l'improvvisazione è dialogo. Ci sono cliché, è ovvio. In questo caso gli americani insegnano, soprattutto quando compongono musiche da film. Mi hai chiesto di parlare delle percussioni, ma non ho molto da dire. Le mie esperienze come percussionista le ho già fatte. Adesso la mia vita è la composizione. Diciamo che non m'interessa più essere solo un esecutore. Certo, l'istinto da percussionista c'è ancora, e cerco di far gravitare attorno a me i migliori percussionisti, ma come compositore. Alla Daigo School insegno tecnica percussionistica, che è un aspetto spesso trascurato dai docenti. Si passa troppo facilmente all'esecuzione e questo non va bene. È come la grammatica di una lingua. La tecnica è la base necessaria che ti permette di esprimerti liberamente. Un tempo non avrei parlato così, un tempo mi avresti trovato sul palco, immerso negli esercizi alla batteria o alla marimba. Poi c'è stata un incontro per cui gli aspetti legati alla tecnica e al jazz sono scivolati in secondo piano. Mi sono reinnamorato dell'orchestra e ho capito che la strada più importante per me e per il mio futuro è la composizione. Soprattutto per le immagini. Quando la musica nasce dalle immagini è straordinario. E questo mi basta. Mi accontento di poco.
La musica di Paolo Conte è straordinaria proprio perché suggerisce immagini. Salgo sul palco ed entro in una dimensione veramente surreale. Nel panorama internazionale Paolo Conte è senza dubbio uno degli artisti più innovativi, sebbene fortemente legato alla tradizione. Altrove non è così, oggi quando si incide un disco di musica leggera si è in una dimensione decisamente più tecnica, e si tende a lavorare in fretta, forse troppo in fretta, non c'è più passione per la musica, per il proprio lavoro. A me non piace lavorare così. Le cose devono lievitare piano piano, devono crescere. E io cerco di muovermi in questo senso. Certo, non sono un missionario, ma c'è in me una sorta di sincerità che non mi ferma e che sta portando i suoi frutti. Poi c'è lo studio, io ho cominciato a studiare da piccolo, mi sono diplomato al Conservatorio a diciassette anni, e continuo a studiare. E oggi studio ancora più di prima, non solo musica, m'interesso di tutto. E vedo che questo tipo di passione allo studio mi ha portato non solo ad allargare gli orizzonti, ma anche ad aprirmi con gli altri. Non solo come docente ma anche come musicista. E l'esigenza è sempre più forte. Man mano che vai avanti ti rendi conto che non puoi più accontentarti di nulla.

D.: Parlaci dei tuoi esordi a Urbino. So che suonavi in un gruppo, Daniele e le sue sorelle.
D.D.G.: Sì, ho cominciato a tre anni suonando con le bacchette qualunque cosa, anche i tavoli di casa. Perciò hanno finito col regalarmi un tamburo. Poi le mie sorelle hanno cominciato a cantare con me e siamo diventati Daniele e le sue sorelle, finché non si è aggiunto anche mio fratello Davide. Suonavamo nei locali della riviera romagnola e tra Pesaro e Urbino, e ci pagavano anche tanto, considerando che eravamo bambini e solo in quattro, guadagnavamo quanto un'orchestra di otto adulti. Ma tu come fai a saperlo?

Uhmm....

Ilaria Isaia


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